Hannah Arendt. Visita in Germania

Corre l’anno 1948, Amburgo, Stoccarda… Berlino; le città tedesche portano ancora i segni della devastazione, della Capitolazione finale, dell’ Ora zero (Stunde Null). Nelle vie convulse di quelle città si aggirano alcuni dei colpevoli minori (e forse non solo) dei crimini nazisti, come del resto reduci di guerra, sopravvissuti dei campi, disperati ma anche soprattutto gli alleati, quelli che la guerra l’hanno vinta. Tra le varie organizzazioni americane e inglesi presenti nel paese c’è la Commission on European Jewish Cultural Reconstruction, commissione nata non solo con il compito di dare sostegno e voce a tutte le tracce di cultura ebraica sopravvissute all’Olocausto ma soprattutto con la volontà di indagare, capire, misurare la condizione politica e sociale del dopo nazismo.
Direttrice di quell’ osservatorio è Hannah Arendt, la grande intellettuale ebreo-tedesca sfuggita alle persecuzioni naziste e rifugiatasi negli Stati Uniti sedici anni prima. Da quelle serie di passeggiate e indagini Hannah Arendt riuscirà a scrivere una delle testimonianze ancora oggi più vive di quegli anni.

Nel suo breve Aftermath of Nazi-Rule. Report from Germany (tradotto poi 36 anni dopo in tedesco con il titolo Besuch in Deutschland, Visita in Germania) Hannah Arendt riesce a riflettere in maniera immediata la condizione di solitudine sociale e devastazione morale in cui è caduto il paese. Non sono solo le descrizioni delle persone assenti e dei luoghi irriconoscibili a colpire il lettore. Tutto il libro è pervaso da una consapevolezza epocale dei danni e del solco negativo lasciato dal Nazismo.

Le analisi di Arendt si muovono attorno alla considerazione di come la popolazione civile non sia minimamente in grado di affrontare il problema dell’origine della Guerra e della devastazione continuando a “rimandare il discorso sulle cause ad elementi estranei, marginali come potrebbe essere stato un fantomatico attacco della Russia su Danziga”, senza quindi riuscire ad entrare nel merito dei crimini e della politica totalitaria del Nazismo. La Arendt spiega questa tecnica di rimozione a partire dalla virulenza della dottrina nazista “quasi che il popolo intero sia stato così indottrinato da non riuscire proprio neanche più a distinguere tra fatti e opinioni”. Questa condizione di alienazione radicale diventa ancora più chiara se si considera di come “praticamente in nessun caso delle persone con cui ho parlato c’è stato un qualsiasi riferimento alla ideologia nazista”.

Questa intuizione di una diffusa incapacità di affrontare quindi rielaborare il passato diventerà negli anni a venire un topos della letteratura sociologica e di stampo freudiano e, nonostante la analisi della Arendt sia talvota un po’ poco chiara e forse un po’ generalizzante, queste pagine sono una testimonianza diretta della condizione delle città tedesche negli anni direttamente dopo la Seconda guerra mondiale. Oltre a questo è il “colore” della narrazione della Arendt a restarci impresso: così come in altri libri la grande intellettuale sa farci andare al centro di una preoccupazione, di un orizzonte storico e letterario di gran valore documentaristico.

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